L’evoluzione dell’ uomo è l’evoluzione della coscienza, e la coscienza non può evolvere inconsciamente
L’evoluzione dell’ uomo è l’evoluzione della sua volontà, e la volontà non può evolversi involontariamente
L’evoluzione dell’ uomo è l’evoluzione del suo potere di fare, e “fare” non può essere il risultato di ciò che “accade”
Georges Ivanovich Gurdjieff
“un insegnamento sconosciuto”
Georges Ivanovich Gurdjieff nasce come suddito dell’impero russo da famiglia di discendenza greca.
Sin dalla giovane età si rivela curioso e vitale, fortemente nutrito dall’affetto della famiglia, dove la musica e il canto sono di casa; grazie anche all’eccellente rapporto con il padre non tarda a diventare un ashik, bardo di antica tradizione, ma suonava pure una moderna chitarra.
Nel Caucaso fin de siècle non era raro parlare otto lingue, così grande era il crogiolo linguistico ed etnico; il giovane Gurdjieff si dà ai viaggi sia in Occidente, lavorando nei modi più fantasiosi per mantenersi, fino al Tibet e alla Cina, India e Sri Lanka – all’epoca Ceylon – visitando monasteri irraggiungibili ai più, spersi tra impervie montagne; ashram – case di ritiro – e scuole di meditazione e di magia.
La narrazione di questi viaggi è contenuta nel libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, il resoconto degli otto anni del filosofo, matematico ed esoterista russo Ouspensky accanto a Gurdjieff. Vi si incontrano la trattazione e l’esposizione sistematica del pensiero del maestro caucasico, e le esperienze del gruppo, che corrisponde all’essenziale del messaggio delle scuole della cosiddetta Quarta Via.
Lo psicologo italiano Roberto Assagioli in tempi recenti ha formulato una teoria delle personalità vicina alla visione di Gurdjieff, basata sull’esistenza di vari segmenti, come i vari piccoli ego di cui egli parla, perennemente in contrasto e lotta tra di loro.
Questa continua zuffa tra nani ha come risultato l’occultamento dell’essenza, una parte originaria e superiore dell’unità corpo fisico-corpi sottili della quale è composto l’essere umano, secondo la maggior parte delle teorie esoteriche orientali.
Tre centri regolano l’unità umana, ciascuno dotato d’una sua specifica energia (velocità-densità, la più sottile è si12 energia sessuale): un centro istintivo-motorio del corpo fisico, uno emozionale, uno intellettuale e altri due; emozionale superiore e intellettuale superiore (intuizione, chiaroveggenza).
Il legame con la musica, suonare uno strumento, s’intende, prende le mosse dall’attitudine di coinvolgere – risultato ben difficile da raggiungere nella vita quotidiana – in modo coordinato tutti i centri.
Contrapposta all’essenza, Gurdjieff parla dell’esistenza della “personalità”, risultato delle stratificazioni di condizionamenti sociali, ambientali, morali e d’altra natura, una sorta di velo che nasconde la vera natura di ciascun essere umano, financo agli occhi di sé stessi.
Il percorso per raggiungere lo stato di nuova consapevolezza passa per esercizi mentali e relazionali, attinenti al comportamento quotidiano, come una ininterrotta applicazione dell’attenzione e, soprattutto, all’auto osservazione. Una meditazione continua, il tutto nella programmatica esclusione di pratiche religiose o devozionali.
“Vi lascio in un bel pasticcio”
L’obiettivo è rompere l’ipnosi, il sonno delle abitudini meccaniche, e della “considerazione interna” che è lo stato in cui si dipende da ciò che si presume pensino gli altri di noi, che è alla base delle relazioni formali e sociali.
Un motto è la sintesi di questa perenne attività meditativa: ricordarsi di sé stessi, le rappelle de soi, lo stato in cui tutti i centri lavorano con l’energia che è loro propria.
Il simbolismo musicale raggiunge il più alto livello descrivendo la dinamica dell’universo, e quindi anche quella dell’evoluzione, come lo svolgersi di un’ottava.
La simbologia dell’insegnamento è ermeticamente contenuta nell’Enneagramma, antichissima icona esoterica, alchemica e iniziatica.
Aforisma:
“Senza lotta, non ci sono progressi né risultati. Ogni volta che si rompe un’abitudine, nella macchina si verifica un cambiamento”
“Vedute sul mondo reale”
Dal nome di un altro libro scritto da Gurdjieff proviene la teoria per cui l’essere umano vive in un sonno perenne, come un automa. Tale ipnosi viene interrotta solo in rari momenti della vita. Scuotersi dal sonno da automi è l’obiettivo da perseguire con pratiche adeguate, con urti definiti choc.
La grande considerazione nella quale è tenuta la pratica della musica, che coinvolge tutti i centri, pur essendo palesemente metafisica, e simbolistica, indimostrabile sul piano – tra virgolette – “scientifico”, non richiede ulteriori dimostrazioni nella vita pratica.
La prontezza di riflessi, la coordinazione motoria, i collegamenti neuronali dell’ordine di frazioni di secondi, l’affinamento delle capacità percettive ed espressive ma, soprattutto la consapevole auto-disciplina dell’intelletto e della mente sono esempi tra i tanti, sono alcuni degli effetti della pratica della musica, a tutti noti. È comune sentir dire nell’ambiente “chi suona uno strumento sta già un pezzo avanti”, ma anche : “ANY IDIOT CAN PLAY A GOOD PIANO!”
In armonia – è proprio il caso di dire – con l’importanza della musica, è esplicita la funzione dei cosiddetti “Movimenti” e delle danze – in altri contesti – chiamate “sacre” (perché sacre? Perché esprimono leggi e meccanismi universali). Vengono accompagnate solo da pianisti, esperti nell’esecuzione, e rigorosamente dal vivo.
Tramite la danza, il corpo fisico si trasforma in un’antenna, capace di ricevere messaggi e influenze cosmiche diverse da quelle abituali, meccaniche e ipnotiche, da cosiddetto “uomo ordinario”.
La casa di Parigi
Nella maturità, decide di trasmettere il sapere orientale in Europa, un percorso comune a molti famosi personaggi all’inizio del “secolo breve”: Aurobindo, madame Blavatsky, Paramahansa Yogananda, Satprem, Mère, Krishnamurti, per citare solo alcuni tra i più noti. La prima mèta è la Germania, ma la scelta cade sulla Francia e Parigi, inimitabile cenacolo artistico e intellettuale a partire dagli anni 1920 in poi, dove viene accolto dall’intellighenzia, la créme di inizio secolo, e dove acquista la tenuta e il palazzo di Le Prieurè, il priorato d’Avon, a Fontainebleau, alle porte della città.
Una volta consolidata la comunità intorno al maestro, sorgono le musiche.
Tra le mille cose fatte nel corso della vita – spicca nel suo insegnamento il precetto del “fare” come modalità meditativa quotidiana e immanente – emerge un’attività, di libera ispirazione da musiche popolari e religiose che rispecchiano le etnie e le molte lingue parlate nel suo antico e cosmopolita mondo di provenienza: greca, persiana, turca, russa, armena, kurda, tibetana.
Si racconta delle accese discussioni con il discepolo Thomas de Hartmann, compositore erudito, che cercava di dare forma convenzionale alle composizioni, che Gurdjieff esigeva venissero riprodotte in modo, secondo lui, fedele. Il risultato sono vecchi nastri (centinaia di ore, musicassette copie di copie di copie, un ascolto assolutamente notturno …) dove l’inevitabile fruscio di fondo non è sufficiente a cancellare il fascino irresistibile e inimitabile della musica.
Il pianista e compositore italiano Ugo Bonessi, alle spalle vari anni di intensa frequentazione dell’ambiente e una lunga consuetudine con le musiche, dopo vari c d autoprodotti, ha inciso nel 2005 per la III Millennium “The Voyage Within”. Il cd è corredato di note dettate e ispirate dalla sua frequentazione ultra ventennale dell’ambiente, in ambito musicale e non solo.
Tratte da alcune interviste a Ugo Bonessi, seguono passi sul lavoro artistico e l’orizzonte filosofico dell’ambiente degli epigoni del pensiero di Gurdjieff.
Le modalità di diffusione sono ovviamente due: registrare la musica ed eseguirla in pubblico. Sono situazioni opposte ma ugualmente interessanti. Nel primo caso sarebbe magnifico che chi ascoltasse questa musica per la prima volta provasse ciò che ho sentito io un giorno di tanti anni fa quando misi sul piatto del mio grammofono quello strano disco con il tappeto orientale in copertina, ma questo non dipende solo da chi suona, ma anche da chi ascolta. Vorrei a questo proposito raccontare un episodio interessante: qualche mese fa ricevetti una email da Ramallah. Una giovane donna che abitava proprio vicino al quartier generale di Arafat mi raccontava che quando cominciavano i bombardamenti, metteva il mio CD. E’ uno scritto che mi ha commosso. Cosa ci spiega questo episodio? Quella donna, in quel momento, non poteva fare altro che nutrirsi di questa musica. Non giudicava, non criticava. Chi sa di poter morire da qui a un istante vive nel “qui ed ora” e prende tutto ciò che c’è da prendere. Ma benchè nessuno di noi abbia la certezza di poter vivere da qui a un istante, guerra o non guerra, ce ne dimentichiamo e il nostro ascolto si fa meccanico e passivo. Ecco il sonno che Gurdjieff combatteva! E il sonno, l’abitudine, la distrazione, il fantasticare non aiuta la musica.
Proporre questo repertorio in pubblico è un work in progress. Sto cercando la giusta modalità per avvicinare il pubblico a queste musiche. Il mio intento è arrivare a proporre una forma “altra” dal concerto così come noi lo intendiamo. Tuttavia non posso tirarmi indietro da questa opportunità e ciò che sto cercando è una mediazione tra il concerto e il rituale, dove rituale non significa manifestazione esteriore ma attitudine interna. Si tratta di musica di ispirazione sacra, e se non la si esegue con la necessaria intenzione, può diventare addirittura noiosa e banale, come alcune delle registrazioni di cui tu parlavi, ma questo vale per ogni tipo di musica.
La mia domanda, la mia urgenza è: “Come posso entrare in quello stato di espansione in cui ogni atto è proiettato nell’attimo e come posso ottenerlo senza esercitare alcun controllo?”. Poiché questa espansione non è il risultato di un atto di controllo, ma esattamente il suo opposto. Punto fondamentale della questione diviene la relazione con l’ascoltatore, con la sua “presenza”, e il come posso invitarlo a cercare uno stato in cui ogni cosa vibra ad un’altra velocità.
È evidente la difficoltà di situare su un piano strettamente filosofico e razionale, e di dare una definizione dell’ambiente e del senso delle proposte di Gurdjieff.
Intuitivamente, alcuni percepiscono il fascino di una dimensione che è stata come negata dallo stile di vita contemporaneo delle democrazie-mercato occidentali, soffocata dalla cacofonia culturale (e non solo) e dalla depressione di massa, frutto del disagio generalizzato e dilagante.
Gurdjieff era di destra o di sinistra? E oggi è di destra o di sinistra?
Gurdjieff per la chiesa cattolica è un’eretico! Perché l’uomo non ha (ancora) l’anima. Se ne arroga il diritto: un effetto del sonno in cui vive. L’uomo che non costruisce l’anima finisce per “concimare l’universo”. “Morire come un cane rognoso”.
Diceva agli intellettuali parigini che lo venivano a trovare “Vous etes des merdité absolues”
A proposito della possibile risposta dell’individuo a tale stato di cose, segnatamente le possibili riflessioni sugli inizi del XXI secolo, come per associazione d’idee, vengono in mente i famosi versi di Eugenio Montale, da Ossi di Seppia, “ciò che non siamo – ciò che non vogliamo” , e Pirandello: uno nessuno e centomila.
Vien fatto di pensare che la pur legittima, storica conquista illuminista della modernità, e dei diritti attinenti alla nuova considerazione della condizione umana, seppure lungamente attesi, e conquistati con grandi lotte e sofferenze, abbia avuto un insospettato, caro prezzo, nel gettar via, per così dire, con l’acqua sporca del mondo “antico”, anche alcune estreme, ultime tracce di un ipotetico sapere ancestrale, millenario e, appunto, divenuto sconosciuto ai più.
I Sufi
Gurdjieff dichiarava di essere tributario dal pensiero sufi, la maggior corrente mistica ed esoterica in seno alla cultura islamica (tranne il fatto che alcuni sufi ritengono che il sufismo venga “prima” dell’islam. Non lo dicono perché… non è conveniente dirlo).
Ricordiamo che in Iran i Sufi sono perseguitati e le pratiche sono punite. Nella “liberale” e “europea” Turchia sono stati assimilati a gruppi folkloristici. Una delle immagini più note in occidente è quella dei famosi dervisci rotanti, che raggiungono la trance e l’estasi tramite la danza.
Tracce esplicite e riconoscibili della cultura sufi si incontrano a partire dalla Mauritania e Senegal, nelle musiche e canti delle confraternite gnawa, lungo tutto l’ “arco” di mondo che ha per epicentro il Caucaso, e arriva nel cuore della Mongolia, dove è riscontrabile l’importante influenza tra gli artisti del grande festival annuale di Ulan Bator.
A Rumi, uno dei suoi maggiori maestri, (uno dei più grandi poeti dell’umanità” vissuto intorno all’anno 1000), viene attribuito l’aforisma: “ciò che non esiste producilo: è l’intenzione”.
Il pensiero sufi si ipotizza erede e continuatore della tradizione sciamanica d’origine indo-tibetana, di molto precedente all’islam.
Un possibile, ipotizzabile e legittimo bisogno di unità – tale è, non a caso, il significato della parola yoga – ha spinto tanti occidentali, nel corso di circa ottant’anni, dagli anni ‘ 30 del secolo scorso, a tentare di soddisfare un’esigenza avvertita come reazione al vuoto lasciato da una visione riduttivamente razionalistica, inquietante fotografia interiore dell’uomo contemporaneo, e in ogni caso insufficiente a creare le condizioni di “equilibrio e armonia”.
Non dovrebbe dunque suonare così sorprendente la vicenda dei molti che, ormai consapevoli dell’opportunità, ovvero l’urgenza di fare fronte a un crescente disagio nelle relazioni sia con se stessi sia con il mondo, si siano lasciati tentare da una possibile rappresentazione della realtà; impresa non facile per chi, proveniente da un’educazione di modello occidentale, aveva comprensibili remore a entrare in contatto con un “insegnamento sconosciuto” dove la musica, e il suo simbolismo, hanno una parte determinante.
Si vorrebbe azzardare l’ipotesi del fascino di una teoria, sia pure metafisica, o poetica, simbolistica, che delinea una realtà parallela, possibile, sovrannaturale; invisibile ma percettibile; e se fosse, come è possibile avvicinarla?
I Movimenti e le danze
Non è quindi un’idea così peregrina, questa della meditazione in musica.
Basti pensare alla natura metafisica, in senso etimologico, della musica, “l’unica arte che non occupa spazio materiale” ma, a detta di Schopenhauer, anche quella dalla più immediata presa sull’immaginario umano.
Già dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso, quasi a rasentare l’antipatico sospetto di moda intellettuale, negli ambienti della ricerca etno-musicale andavano per la maggiore assidue ricerche e discussioni sulla trance, gli stati di possessione e stati alterati di coscienza.
Senza voler fare forzature, considerato il senso di autorevoli indagini sia scientifiche sia filosofiche – spiccava il libro “Musica e trance” di Gilbert Rouget – si arrivava ad asserire che molta parte della musica, in certo senso, è musica di trance e di possessione, esclusa quella, per esempio, di puro consumo usa-e-getta, ovvero, con acuta ironia, definita turistica.
Si tratta di un richiamo a una fase dell’umanità dove la percezione sensoriale era avvolta in un ego collettivo, sciamanico, sensitivo.
A dimostrazione dell’esistenza non immaginaria o fantasiosa o romantica di questa rappresentazione, valga l’osservazione, presso i popoli nativi, appunto dei fenomeni di trance e di estasi, nell’antichità classica comuni a tutto il bacino del Mediterraneo. L’Africa, la grande culla dell’umanità, ci ha tramandato messaggi sulla ancestralità della condizione umana, poi rimbalzati e protetti per secoli nel Nuovo Mondo.
È significativo l’accenno di tale tenacissima persistenza a Cuba, nelle Antille e in Brasile, come luoghi dove non ha mai cessato di esistere una dimensione ineffabile, parallela, invisibile e onnipresente, per qualcuno sovrannaturale, della quale abbiamo – forse … – una percezione, ma che il maestro caucasico ci invita a indagare con gli strumenti della razionalità e soprattutto della volontà, per “tentare qualcosa …” alla ricerca di “un sapore, un profumo differente”.
raffaele bella
Fuori i dischi
Decine di pianisti nel corso del tempo hanno inciso parti del vasto repertorio di inni sacri e antichi canti popolari.
Significativo per la partecipazione del musicista alla scuola di Gurdjieff durante lunghi anni l’lp dell’
E C M di Keith Jarreth.
Wim van Dullemen pianista olandese di Gurdjieff
Vanno ricordati il pianista Danilo Lorenzini, autore di interventi anche per RADIO TRE, per la rubrica
“Il terzo anello”, e il pianista Michele Fedrigotti .
Robert Fripp, fondatore dei King Crimson, durante lunghi anni ha fatto parte dell’ambiente gurdjeffiano,
e la sua scuola di chitarra Guitar craft, autrice di singolarissimi concerti, è esplicitamente ispirata al suo insegnamento.
Il cantautore Franco Battiato e la cantante Alice sono, da lunghi anni, assidui frequentatori dell’ambiente.
I testi delle loro canzoni sono direttamente ispirati al pensiero di Gurdjieff.
I libri e i siti web
Sono centinaia le traduzioni e pubblicazioni nelle principali lingue del mondo riguardanti Gurdjieff e la sua scuola.
Tradotti in italiano, in primo luogo “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”,
“Incontri con uomini straordinari” è l’autobiografia, prevalentemente degli anni giovanili e dei grandi viaggi. È anche il titolo di un film del regista Peter Brook.
“Vedute sul mondo reale”
“La nostra vita con il signor Gurdjieff” di Thomas De Hartmann
“Momenti d’oro con Gurdjieff” di Giovanni Turchi, edizioni Equilibrium.
“Idioti a Parigi” di J. Bennett ed. Mediterranee
I siti
dullemen@gurdjieff-movements.net
macketanz@gurdjieff-movements.net
0049-30-85604867
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